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Luogo di Partenza Santa Elisabetta di Castellamonte (Torino). Avvicinamento Da Castellamonte seguire le indicazioni che portano al Santuario di Santa Elisabetta. Si supera il Santuario e si prosegue lungo la strada incontrando uno stretto tornante. La soluzione classica consiste nel procedere fino al termine della strada asfaltata da cui prendere il sentiero della cresta SO che passa per i 3 Denti, a quota 1400m. Noi, avendo trovato la strada ghiacciata, ci siamo fermati prima, a quota 1250m circa sul versante S della Quinzeina. Descrizione Giorno 1 E con questa siamo a 3 gite di Natale. Pier ha lanciato la moda della gita di Natale quando, il 24 Dicembre del 2004, ha percorso da solo la cresta dal Mombarone al rifugio Coda, e trascorrendo nel locale invernale la notte della vigilia. Quell'anno io avrei dovuto andare con lui, ma l'idea di fare un giro del genere, al freddo, il giorno di Natale, non mi andava molto. Le previsioni non erano neanche buone e declinai l'invito. L'anno seguente Pier e Daniela decidono di andando a passare la vigilia da qualche parte, io mi aggiungo e organizziamo di andare a festeggiare nel locale invernale del rifugio Rivetti nella Valle Cervo. Ricordo ancora il caldo di quel giorno soleggiato, io e Pier salivamo a dorso nudo e di neve ce n'era proprio poca. Quella volta salimmo la Punta Tre Vescovi dalla quale potemmo ammirare il tramonto, prima di metterci a banchettare nel rifugio. L'anno scorso, il 2006, si aggiunge Edoardo e per necessità sue anticipiamo la gita di un giorno. La gita del 2006 alla cresta del Mombarone è sicuramente una delle più intense escursioni che insieme abbiamo mai fatto. La lunghezza del percorso, la quantità di neve, l'attrezzatura pesante che ci eravamo portati in previsione di percorrere la cresta Carisei il giorno dopo, ha reso la nostra camminata pesante e difficile. Ma tanto più abbiamo faticato tanto maggiore è stata la soddisfazione di aver compiuto tale traversata. Ed è per queste intense emozioni che anche quest'anno abbiamo cercato e scelto una cresta che, benchè più breve e facile, ci potesse riproporre simili emozioni: la cresta della Bella Dormiente nelle Prealpi Canavesane. E' ancora buio quando io e Edo arriviamo a Castellamonte dove ci aspetta Pier. Sono le 6,30 e il cielo è coperto da fitte nubi delle quali non riesco a valutarne la posizione nel cielo. Paiono alte, a volte però non abbastanza da andare oltre la nostra cresta. Ma avvicinandoci a Santa Elisabetta tutto si fa più chiaro, e per nostra gioia le nuvole risultano alto strati che chiaramente non andranno ad interessare il nostro paesaggio. Ma l'aria è umida e prima di sera queste nubi porteranno pioggia se non neve. Oltrepassiamo il santuario di Santa Elisabetta e quasi subito siamo costretti a fermarci per via della strada ricoperta da una sottile patina di neve gelata. Così la nostra salita comincia un po' prima del classico sentiero che conduce alla Qiunzeina, a circa 1250 metri di quota. Come ho detto c'è umidità, in più la temperatura dell'aria è alquanto bassa e questo aiuta la formazione di sottili strati di ghiaccio sul terreno. La punta sud della Quinzeina ci domina dall'alto con in lontananza la cresta sud che sembra fare il giro dell'oca per portarti in cima. Noi ci avventuriamo a naso nel versante sud, tra erba e ruscelli prima verso NO, poi verso E per raggiungere la cresta SE che risaliamo fino in cima. Appare vicina la cima o quanto meno non così lontana. La cresta SE sale generalmente con dolce pendenza, interrotta in soli due punti da tratti più dirupati di rocce ed erba, il tutto è comunque facilmente aggirabile. Incrociamo anche una sorta di traccia e qualche ometto ma il sentiero attraversa la cresta per scendere nel vallone opposto, così seguo la mia natura anarchica e comincio a risalire la cresta nel modo più diretto. Edo e Pier mi seguono con i loro zaini carichi non solo di vestiti di ricambio ma soprattutto di attrezzatura necessaria al festeggiamento in rifugio. Il rifugio Fornetto sotto la Punta di Verzel nelle Prealpi Canavesane è stata una scelta azzeccata per festeggiare il Natale di quest'anno. Da una parte perchè offre una facile via di salita (e discesa) da Castelnuovo Nigra che, in condizioni ottimali, richiede circa 2 ore di marcia, e poi perchè si trova in zona e il giorno dopo possiamo scendere velocemente (io e Daniela abbiamo questa necessità in quanto il 24 Dicembre partiamo per la Tunisia). Ma chi siamo quest'anno? Oltre a me, Edo e Pier che raggiungeremo il rifugio scendendo dalla Punta Verzel dopo averla toccata percorrendo la cresta che la collega alla Quinzeina (cresta della Bella Dormiente), ci sono anche Daniela, Barbara e Valeria che seguiranno, invece, il sentiero della via normale alla Punta Verzel lungo il quale, 300 metri sotto la cima, si trova il rifugio Fornetto. Ho abitato alcuni anni ai piedi di queste cime e di questa lunga cresta, e sono sempre stato curioso di vederla da vicino, di scoprire cosa nascondesse dall'altra parte, e oggi è il giorno perfetto. Le condizioni si possono definire invernali, ha infatti nevicato di recente ed in modo anche intenso (in realtà dai 2000m di quota), così la previsione è di faticare anche più dell'anno precedente. Ci dividiamo quindi i pesi: ognuno deve portare un litro di acqua che verrà usata per cucina la pasta, fare tè e tisane, poi ci sarà chi porta il pane, il panettone, lo spumante, il vino, la birra, formaggio e salame, minestre già pronte, affettati e digestivi. Diciamo che cerchiamo di non farci mancare nulla e di essere tutti partecipi. Anche le ragazze faranno la loro parte trasportando buona parte delle vivande. Ma torniamo a noi tre sulla cresta. Partiti alle prime luci (7,30), in 2 ore raggiungiamo la croce della Punta Sud della Quinzeina. Nonostante il freddo sudiamo come dei muletti per tirarci dietro gli zaini tradizionalmente pesanti come non mai in questo periodo. Facciamo solo una pausa per bere un po' di tè caldo, oltre la metà della cresta, quando si fa più articolata per dei grossi blocchi che ne sbarrano i passaggi, a volte obbligati, a volte aggirabili su pendii dirupati con erba scivolosa mezza coperta di neve indurita dal freddo. Mentre l'ultimo tratto prima della croce è completamente coperto di neve ghiacciata, faticosa e delicata da risalire senza ramponi (che stanno al caldo nello zaino). Alle 9,30 dopo 974m di dislivello esco sulla cima e lo spettacolo mi ripaga la fatica. L'intera cresta correre dai miei piedi fino alla Punta di Verzel. Numerosi sali e scendi caratterizzano la prima parte , poi la discesa al Pian dei Francesi, il lungo tratto pianeggiante prima dell'ultimo balzo alla Punta di Verzel. Il cielo inizialmente grigio offre ora delle spaccature nelle nuvole dalle quali filtra una luce vivace. In breve queste si fanno più ampie tanto da mostrarci il sole, e la giornata cupa si trasforma amplificando dentro di noi la felicità di essere insime in questa parte di mondo. Riposiamo appena sotto la croce al riparo dalla leggera brezza pur sempre fastidiosa. Beviamo ancora un sorso di tè e mangiamo due biscotti. Poi, dopo 20 minuti riprendiamo a spalle i nostri zaini. Guardiamo la Valle Sacra verso Castelnuovo Nigra, la strada sterrata delle cave, le baite dove parte la normale alla Verzel. Le ragazze si incontravano alle 9 a Castellamonte e dovrebbero essere ormai in zona, ma ad occhio nudo non riusciamo a riconoscere alcun movimento. Ho con me la radiolina e la accendo, l'altra ce l'ha Daniela. Incomincia così alle 9,50 la traversata della Bella Dormiente. La maggior parte delle nostre energie le spendiamo proprio nel raggiungere la punta nord della Quinzeina. La neve abbonda tanto che in alcuni tratti mi ritrovo sommerso fino alla cintola. Mai davvero esposta la cresta corre su e giù, da destra a sinistra in modo irregolare. Mentre scendo il pendio più importante verso l'intaglio più basso tra le due Quinzeine, Edo e Pier si fermano a fare delle foto, e a me giunge per radio la voce di Daniela. Sono partite da poco ma non riesco a vederle e anche loro, pur avendo un monocolo, non riescono a trovarmi. Comunque stanno bene e stanno salendo. Fa piacere aver creato un bel gruppetto di escursionisti che apprezzano questi ambienti non sempre ospitali. Io prosegue con passo pressochè regolare, faticando non poco nella neve alta fortunatamente a volte interrotta da rocce o tratti erbosi sui quali non si è attaccata. Esposto poi ai deboli raggi di sole comincia ad accaldarmi maggiormente e a sudare tanto da darmi del pirla per aver lasciato a casa la bandana pensando non mi sarebbe servita. Ed invece fa caldo e il sudore che mi scende dalla fronte mi finisce sulle palpebre prima e negli occhi dopo. Fastidio. Ci vogliono 44 metri di dislivello in discesa e 131 in salita prima di arrivare sulla punta nord. Sono le 10,30. Mentre aspetto Edo e Pier chiamo Daniela, cerco di rendermi visibile, ma evidentemente rimango sempre coperto perchè non riscono a scorgermi. Intanto arriva Pier. Tolgo lo zaino, mi spoglio, fa troppo caldo. All'orizzonte la pianura è immersa nella nebbia, a ovesto verso il Monviso le montagne sono minacciate da pesanti nuvole che promettono bufera. A nord, la nostra direzione, il cielo non è così nero, ma si capisce che non durerà ancora molto. La neve prevista per stanotte forse tarderà, ma domani ci sarà. Intanto Edo non arriva e ciò mi pare strano. Poi sbuca da dietro la croce della cima nord muovendosi in modo appesantito, quasi fosse stanco. Ed in effetti si mostra alquanto affaticato. Il lavoro l'ha messo sotto stress e ultimamento non si è potuto allenare, così ora è un po' fuori forma. Ma non è un problema, prima o poi capita a tutti e oggi non serve essere in forma per questa traversata. Ora proseguiamo su terreno più regolare, un tratto esposto, un tratto ancora più esposto, ma nulla di impressionante. Muovendoci sempre con attenzione arriviamo sul punto più alto della cresta, quota 2362 metri. Ci guardiamo indietro e la via fin qui percorsa mostra una bellezza incredibile, la neve ne esalta le qualità e la fa apparire severa, lunga da camminare. E ora scendiamo verso il Pian dei Francesi (il cui punto più basso misura 2168 metri) sempre seguendo la linea più facile, un passo dopo l'altro nella neve, rischiando di scivolare solo nei tratti più basso dove il versante, rimanendo più esposto al vento, offre dure placche di neve. Il Piano dei Francesi è completamente ricoperto di neve, per nostra fortuna buona parte è ghiacciata. Ciò significa che non sprofondiamo in modo sistematico e quindi non sprechiamo energie. I versanti della montagna visti da qui sono molto diversi. Verso ovest un vero e proprio dirupo separa la cresta dal fondo valle più prossimo, la Val Verdassa da me e Edo visitata nella primavera del 2005. Verso est il pendio scende ripido ma più dolce, e sicuramente percorribile anche senza particolari protezioni. Vediamo alcune baite prossime alla cresta abbandonata chissà da quanto tempo, noi però ci manteniamo il più possibile sul filo aggirando solo i tratti che paiono inutili da scalare e resi pericolosi dal ghiaccio. A mano a mano che ci avviciniamo alla Verzel questa si fa sempre più dettagliata nei suoi anfratti rocciosi. Non si rende evidente una possibile via di salita che ne segua il filo di cresta, anzi la via "normale" segnata anche da esili tracce di sentiero, la aggira sul versante della Valle Sacra per riprendere a salirla frontalmente, cioè da dove giunge il sentiero del rifugio. Ma non mi passa neanche per l'anticamera del cervello (che in giornate come questa lascio a casa) di aggirare la cima. Seguiamo la cresta che muore alla base della cima. Ci innalziamo tra roccette e salti erbosi fin sotto ad un grande muro di roccia da aggirare. A destra il passaggio si presenta esposto e verticale su roccia che non abbiamo la possibilità di proteggere. A sinistra pare esserci una via più agevole anche se delicata per la presenza di erba e neve, l'esposizione non è da meno. Vado a sinistra e aggiro il blocco finchè non mi trovo di fronte ad un ripido canale di erba che non oso attraversare, una piccola incertezza mi farebbe scivolare a valle. Risalgo quindi sopra il blocco di pietre superando un passaggio di roccette coperte di neve. Gli appigli non sono buoni e le mani si gelano velocemente. Non è banale e mi muovo con la massima attenzione perchè per rimanere in piedi tutti i miei punti di appoggio devono essere sicuri. Mi alzo nel canalino ma le mani sono troppo fredde e perdo la sensibilità. Allora premo le dita finchè non mi fanno male, stringo le piccole crepe della roccia e mi porto sul grande blocco. Pier mi segue anche lui con molta attenzione. Edo, stanco e demoralizzato per non essere in piena forma, fatica. Non trova il passaggio, non riesce a visualizzare gli appigli e i movimenti da compiere. Lo vedo dall'alto che è in difficoltà. Mentre Pier sale ulteriormente per cercare la via, io seguo Edo. Prova a salire un paio di volte ma non va molto avanti. Si sposta a sinistra verso il canale ma io lo sconsiglio perchè non offre punti di sicurezza. Abbiamo salito diverse vie di roccia e lo vendo spazientirsi per non riuscire a risolvere questo breve canalino. E' chiaro che è stanco anche di testa. Sta per fare un tentativo e io lo fermo. Cerco di farlo pensare al passaggio, più che al fatto che sta faticando. Gli dico che non deve "provare", che se parte deve essere convinto di salire. Poi si alza e io continuo a seguirlo finchè non è fuori. Ora il cielo si è completamente coperto, non c'è più speranza di vedere il sole. E fa freddo. Il tratto seguente è anche divertente, passiamo sul filo di cresta esposta, quasi a cavalcioni per raggiungere una larga cengia rocciosa. Ma anche qui Edo non si diverte. Mi spiace sia così stanco, queste per noi solitamente sono passeggiate. Siamo sotto la cima, ma abbiamo ancora un passaggio da risolvere. Le alternative sono due: continuare su roccia, con l'incognita di sapere dove porta, o traversare a sinistra su pendio ripido ed esposto ma con neve nella quale scavare gradini. Voglio trovare la via più facile per Edo così vado in esplorazione del pendio erboso che, inizialmente facile, dà l'idea di condurre in cima senza problemi. Faccio quasi per chiamare Edo quando però mi rendo conto di non essere in buona posizione. La neve è fin troppo ghiacciata e fatico sia a star fermo che a procedere. Non ho appigli. La piccozza è nello zaino ma non oso toglierlo per paura di perdere l'equilibrio. Devo procedere con molta cautela alcuni metri. Grido a Edo di seguire Pier che su roccia è sicuramente messo meglio. Non posso comunque tornare indietro. Procedo a piccoli passi aggrappandomi, quando possibile, a qualsiasi cosa. Pare una situazione critica, e lo sarebbe se non fosse per l'esperienza di cazzate che mi porto dietro. Poi trovo degli arbusti sbucare dal ghiaccio, mi aggrappo timidamente col timore che si possano svegliare e strappare dal terreno. Ogni moviemnto che faccio lo ascolto per anticipare un'eventuale scivolata di un piedo o una mano. C'è un accumulo di tensione nociva. Devo respirare. Arrivo così su un tratto di cresta più appoggiato. Sono sul proseguimento della cresta che dalla Verzel porta al Punta Prafourà, al Monte Cavallo, alla Puna Ramà, alla Cima di Pal, alla Costa Bordevolo fino al Monte Giavino. Sono su un tratto di cresta che volevo esplorare, e che credevo meno severo. Ora vedo l'obelisco della cima. Pier e Edo intanto sono impegnato sull'ultimo passaggio e percepisco da Pier che Edo è molto stanco. Risalgo ancora con molta attenzione, ancora un passaggio esposto su ghiaccio ed esco sulla cima. Sono le 13. Lascio lo zaino e scendo verso i miei compagni lungo una grossa vena di quarzo. Quando arrivo Pier sta aiutando Edo a fare l'ultimo balzo. Quando arriva lo guardo in faccia e gli faccio una foto. Solo una volta aveva uno sguardo così devastato, ma quella volta era più che comprensibile, dopo 4 giorni di cammino su e giù per colli con 15 Kg di zaino, alla fine di una lunga giornata in cui fummo sopraffatti anche dalla pioggia.. io quella volta pensai di morire. Era al tour del Ruitor. Arriviamo in cima e respiriamo tutti di felicità. Ci guardiamo indietro e la nostra cresta appare grandiosa, severa. Ancora una volta siamo stati protagonisti di una bella avventura. Chi dice che le montagne di 2000 metri non danno gratificazione? Basta prenderle nel momento giusto. E in questo noi siamo bravi. Mi soffermo sulla cresta che prosegue, ho voglia di continuare. La Cima di Pal mi ricorda una bellissima gita con Edo, quando eravamo alle prime gite fuori stagione. Ricordo ancora il tratto di cresta che dalla Cima di Pal porta alla Costa Bordevolo, allora mi apparì impraticabile. E mi sovviene un'idea, ma qui non la racconto. Che meravigliosa visione queste Prealpi Canavesane. Ripreso il fiato, cerchiamo le ragazze. Purtroppo non sono neanche al rifugio, così decidiamo di scendere. Qui la neve è abbondante e sprofondiamo fino al ginocchio. Il sentiero rimane completamente nascosto e noi scendiamo seguendo il pendio migliore. Io comunque so dove si trova il rifugio che rimane coperto alla nostra vista. Scendiamo velocemente, su pendio ripido ma protetti dagli affondi nella neve alta. Quando arriviamo in vista del rifugio le ragazze ci fanno un cenno di saluto. Ricambiamo, quindi in breve le raggiungiamo. Hanno già spaccato legna e acceso il fuoco quando noi altri arriviamo e quindi ci offriamo nell'accompagnarle in cima, da dove potranno ammirare il mondo per il quale hanno tanto faticato. Sia ben chiaro che non avevano bisogno che noi le accompagnassimo. Ma ora che ci eravamo trovati era bello salire tutti insieme. Solo Edo è rimasto in rifugio ad aspettarci, doveva essere decisamente stanco. I circa 300 metri che separano il rifugio dalla cima li abbiamo saliti con tutta tranquillità, io e Pier aiutando le ragazze un po' impressionate dalla pendenza. E' stato bello arrivare ancora in cima, e per una volta non ho dovuto mettermi fretta nel lasciare una montagna. Io e Pier, Daniel, Barbara e Valeria. Per forza di cose siamo poi scesi, ormai si faceva buio in rifugio ci attendeva una note di baldoria. Intanto il locale si era scaldato e, una volta sistemate le cose e cambiati gli indumenti umidi, abbiamo cominciato a sentire fame. Anzi, sete! sete di birra, Menabrea ambrata, davvero ottima. Purtroppo è finita molto velocemente, come hanno cominciato a finire i vari, salami, formaggi, la pasta al pesto, le uova ripiene, gli involtini di speck e gorgonzola... e tutto ciò che fosse alcolico, vino, spumante e genepy. Siamo stati così veloci che alle 19,30 ha cominciato a prenderci la stanchezza. Fuori nevischiava. Le luci della pianura erano fantastiche e una luna resa opaca dalle nubi tentava di brillare sopra la cresta buia. Alla fine tutti insieme siamo andati a dormire, non so che ora, ma era presto. E la notte è passata gradevole. Giorno 2 Ci svegliamo presto, deve ancora albeggiare. Edo è il primo a uscire dal letto, evidentemente si è ripeso. Io rimango ancora un po' al calduccio vicino a Daniela, poi anche Pier e Barbara si alzano. Ora c'è più luce. Gli altri al piano sotto stanno scaldando l'acqua per il tè e con Daniela decidiamo di alzarci. Domani partiamo per la Tunisia e dobbiamo sistemare le valige. Anche Valeria si sveglia con noi, anche se dice di non aver dormito, e scendiamo tutti a fare colazione. Sistemate le vettovaglie chiudiamo a chiave il rifugio e scendiamo a valle. C'è nevischio nell'aria ma niente di più e, nonostante il freddo, scendiamo velocemente, ci accaldiamo. Arriviamo alle macchine in circa 1,30 ore e da qui andiamo a recuperare la macchina di Edo con la quale eravamo saliti a Santa Elisabetta. La catena montuosa della Bella Dormiente troneggia sulla pianura canavesana ed è costituita dai monti Verzel (2406m) e Quinzeina (2344m). Il suo suggestivo profilo ricorda quello di una donna addormentata, e questa è la sua leggenda: Era il tempo in cui potenti maghi con le loro alchimie abitavano ancora le vallate del Canavese. Grandi esseri, ammirati, odiati, e temuti dal popolo delle valli. Non erano umani, ma nefandezze degli Dei, incastri magici tra uomini e cielo. Tra questi si distingueva per malvagità e forza Nestòrh. Nestòrh l'immortale; l'unico che si poteva avvicinare agli Dei e guardarli negli occhi senza temerne lo sguardo; il solo che era arrivato alle soglie della conoscenza della Vita e della Morte. Gli Dei lo temevano e non potevano sopportare che una loro creatura avesse acquisito una così grande potenza e arroganza. Era venerato dagli uomini alla stregua di un Dio; in suo onore si innalzavano roghi e si sacrificavano capretti. Si aggirava per i campi, solitamente in forma di lepre; certe volte qualcuno lo aveva visto in foggia di roccia rotolare per il pendio di una montagna, altre volte in forma d'alce si abbeverava sulla riva di un fiume. L'apparenza della forma non gli apparteneva e solo di essenza era la sua natura. Gli Dei decisero di non poter sopportare oltre l'ardire e la forza di un tale essere che non era che una loro creatura. Avevano sì dato a Nestòrh un grande potere, ma gli avevano lasciato la vulnerabilità dei sentimenti. Diedero una figlia a un contadino di nome Gustavo, e questa avrebbe dovuto essere il dardo da scagliare contro Nestòrh, per aprire una breccia nel divino e ricordargli la sua parte umana. Bella e gioiosa crebbe la figlia di Gustavo; Eloise era il suo nome, e grande gioia donava ai suoi genitori. Nestòrh non poté non vedere quanto di buono era nato da quella povera famiglia di contadini; ora non si trasformava più in roccia o alce, ma sempre se ne stava davanti alla casa di Eloise; certe volte non resisteva alla tentazione di mutarsi in glicine e farsi cogliere da lei. Altre volte dall'alto la guardava, e in forma di gufo la notte la proteggeva posandosi sul balcone della sua casa. Vennero giorni tristi, in cui Eloise si ammalò e fu a rischio di morire; e Nestòrh, che mai prima aveva guardato gli Dei dal basso, si prostrò ai loro piedi e ne chiese salva la vita. Gli Dei acconsentirono, ma a una condizione: che mai più Nestòrh avesse potuto affrontarli da suo pari, e che mai più egli avesse osato sfidarli; e Nestòrh accettò. Ma poco dopo la guarigione di lei comprese che era stato ingannato, che il suo amore per Eloise lo aveva reso umano e che si era fatto tradire dai suoi sentimenti. Fu allora che decise di punire la debolezza umana, che aveva distrutto la sua parte divina. Prese Eloise, una notte che dormiva, e la portò sulla montagna. Qui decise che avrebbe per sempre dovuto essere visibile così come lui l'aveva vista quella notte. La pose sul bordo di un dirupo e per punire i sentimenti degli uomini decise che se qualcuno avesse guardato Eloise, ogni sguardo a lei donato, fosse d'amore o d'odio, avrebbe reso più profondo il suo sonno in forma di pietra. Fatto questo si gettò nel vuoto, e non più si trasformò in aquila o tentò di salvarsi, ma si lasciò cadere e svanire nel tempo. Da allora il castigo di Nestòrh ricade su Eloise, e ogni volta che qualcuno guarda a lei accresce il potere del suo incantesimo, che mai potrà svanire sino a quando anche un solo essere possa guardare con occhio umano la "Bella Dormiente". testo tratto da montagna.org
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